Le comunità ebraiche sotto tiro, così l’Europa si sta svuotando

comunità ebraiche sotto tiro
Via mezzo milione in un decennio, Netanyahu invita a emigrare in Israele
«I nostri fratelli d’Europa non si sentono più al sicuro, per questo arrivano». Joseph Sitruk, ex rabbino capo di Francia immigrato in Israele, parla ai fedeli della sinagoga Ramban, sulla Amatzia Street, per spiegare l’ondata di arrivi da Francia e Belgio, accompagnata da numeri più esigui ma crescenti di olandesi e britannici. Ramban è una sinagoga di «German Colony», quartiere di immigrati anglofoni ma sulla centrale Emek Refaim si ascolta sempre più spesso il francese e l’attesa dei residenti si concentra sull’imminente apertura di “Nes”, pasticceria parigina.
La trasformazione di questo angolo di Gerusalemme da cittadella di americani in mosaico europeo descrive l’impatto di una “alyà” – immigrazione – dal Vecchio Continente che pochi avevano previsto. L’eroe del giorno è Dan Ulan, trentenne ebreo danese morto davanti alla sinagoga di Copenhagen per impedire ai terroristi di fare strage in una festa di “bat mitzwa” affollata di bambini. Uzan era uno dei volontari ebrei che affiancano la polizia danese nel proteggere le sinagoghe e scuole: è una realtà che esiste in ogni Comunità d’Europa evidenziando la situazione di assedio in cui vivono gli ultimi 1,4 milioni di ebrei del Vecchio Continente. E’ a loro che il premier Benjamin Netanyahu si rivolge, aprendo la seduta del governo, invitandoli a “venire in Israele dove sono a casa“, perché “Copenhagen segue l’attentato di Parigi ed è un’ondata che continuerà“.
Israele stanzia 46 milioni di dollari d’emergenza per sostenere gli arrivi da Francia, Belgio e Ucraina: si tratta di investimenti in scuole e posti di lavoro in loco ma anche di fondi per l’Agenzia Ebraica, tornata a svolgere un ruolo che evoca quanto fatto al termine degli anni quaranta. Gli inviati dell’Agenzia sono in Ucraina per organizzare fughe spericolate di intere famiglie dalle zone dei combattimenti.
Dina Porat, direttrice del Centro Kantor dell’Università Ebraica di Gerusalemme spiega: “l’odio contro gli ebrei si manifesta con caratteristiche diverse, in questo caso il nuovo simbolo del male è la fusione ebrei-Israele. Si tratta di un antisemitismo violento e di matrice religiosa che vede convergere jihadismo, terrorismo e neonazismo, anche grazie a quanto avviene fra gli immigrati musulmani dove la ricerca di identità porta i più estremisti a cercare il nemico degli ebrei”.
Ne sono rimasti 1,4 milioni. C’è tale dinamica all’origine dell’esodo fotografato dalla ricerca del Pew Research Center, curata dal demografo Sergio Della Pergola, secondo cui nel 1945 circa, il 35% degli ebrei del mondo viveva in Europa ma ora si è ridotto al 10%. In termini numerici la riduzione è ancora più evidente perché si passa dai 3,8 milioni del 1945 ai 2 milioni del 1991 fino ai 1,4 milioni odierni: negli ultimi 14 anni dunque, in coincidenza con il boom di immigrazione musulmana, se ne sono perduti 600 mila.
La Stampa – 16 febbraio 2015

Il massacro di Parigi dimostra che per l’Europa il tempo sta per scadere

Sharansky

Non stiamo costruendo la nostra strategia di immigrazione su eventi tragici, dice il capo dell’Agenzia Ebraica, ma sul fatto che gli ebrei europei si sentono sempre più a disagio. 

Subito dopo il massacro di Parigi, Natan Sharansky ha fatto fatica a resistere alla tentazione di usare questa tragedia per sollecitare gli ebrei della Francia a immigrare in Israele. Infatti ha dichiarato, “non stiamo costruendo la nostra strategia dell’aliya su eventi tragici, ma sul fatto che c’è questo posto al mondo chiamato Europa dove gli ebrei non si sentono più al sicuro.”

Sharansky ha previsto che nel corso del 2015 più di 10.000 ebrei francesi faranno l’aliya e che gli attacchi antisemiti aumenteranno non solo in Francia, ma anche nel resto d’Europa.

Egli ha anche affermato che questa tragedia (l’attacco a Charlie Hebdo e al supermercato kasher) è particolarmente funesta ed è anche una chiara indicazione che il tempo sta scandendo per l’Europa e quindi gli europei, ma non per gli ebrei che vi risiedono. Infatti, l’esodo degli ebrei da questo continente è un processo iniziato già da diversi anni. Gli europei dovrebbero svegliarsi e agire prima che sia troppo tardi rivedendo anche il loro modo trattare con il mondo musulmano.

Sharansky afferma che, “se la Francia e le altre nazioni occidentali non reagiscono subito e non ristabiliscono con determinazione la società civile delle nazioni liberali, l’Europa è in pericolo. L’esodo degli ebrei, come è già successo in passato, è la prima avvisaglia, un segnale preoccupante.”

Eventi come questi danno l’opportunità di pensare, di prendere delle decisioni veramente drammatiche.”

Più che rafforzare la sicurezza o fare nuove leggi, la Francia dovrebbe prendere la decisione di abbandonare il relativismo culturale e accettare che i diritti umani hanno un valore assoluto. Sharansky ha sostenuto che se per i musulmani “la religione è più importante dei diritti umani, chi siamo noi da poter loro chiedere di essere diversi? Quello è stato uno degli assiomi basilari del multiculturalismo, che creò all’interno della società di una fiera nazione liberale una società di persone che credono di poter sfidare la libertà di parola con il terrore.” La posizione della Francia doveva essere “se vuoi diventare un cittadino francese devi accettare la cultura del paese in cui vivrai, una cultura di diritti umani e libertà. Se questo non ti va bene, e dici, ‘mi dispiace ma la mia cultura è quella del Corano’, ebbene allora puoi essere cittadino solo di qualche altro paese.”

I francesi devono ritornare ai principi della Rivoluzione (francese), cioè di uno stato nazionale liberale.” “Ora sarà molto più difficile trattare con immigranti problematici che hanno già ottenuto la cittadinanza francese,” ha detto, “ma le autorità dovrebbero essere capaci di espellere quelli che attaccano fattivamente i valori della Repubblica”.

La svalutazione dello Stato nazione della Francia ha contribuito anche alla crescita dell’ostilità nei confronti del sionismo e di Israele, “e questo ha contribuito indirettamente a far aumentare l’aliya”, ha continuato Sharansky. E ancora, “L’idea di Israele come stato nazionale ebraico è diventata sempre meno popolare nella Francia liberale.”

Ha proseguito dicendo che gli ebrei assimilati possono vivere in Francia tranquillamente e senza paura, ma per tutti coloro che non vogliono essere assimilati, Israele è di estrema importanza. Dovendosi confrontare con questo post-nazionalismo in qualunque posto vadano, la loro vita diventa sempre più complicata. E questi ebrei sono proprio quelli che fanno l’aliya in numero esponenziale.

Ha concluso dicendo: “Questi ebrei francesi stanno partendo perché non desiderano essere assimilati. A loro piace il fatto [una volta in Israele] di non doversi più preoccupare quotidianamente se i loro figli faranno parte di una cultura e di una storia ebraica. Per loro tutto questo è un gran sollievo.”

 

Uno, due, tre, quattro – abbiamo aperto la porta di ferro

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Quest’anno ricorre il 25° anniversario dell’immigrazione di massa, che ha portato in Israele più di un milione di ebrei dall’ex Unione Sovietica, il cui impatto nella società israeliana è stato profondo.

Dopo la caduta della cortina di ferro, nella fiumana di immigranti russi che arrivarono in Israele c’erano dottori, scienziati, ingegneri, insegnanti, ballerine, violinisti, scrittori, poeti, parrucchiere, massaggiatrici, operai e agricoltori.

Dalla maggior parte dei resoconti, questa aliya dalla Russia (anche se non tutti gli immigranti provenivano dalla Russia propriamente detta) è una storia dal successo notevole.

“Nel giro di pochi anni Israele ha dovuto assorbire il 20% della sua popolazione”, afferma l’ex dissidente sovietico Natan Sharansky (ora direttore dell’Agenzia Ebraica, che un giorno fece aliya proprio dall’ex URSS) divenuto simbolo del movimento internazionale per i diritti civili che si è battuto per portare gli ebrei russi in Israele. E aggiunge, “Non c’è esempio migliore al mondo di integrazione così ben riuscita.”

Non hanno portato in Israele solo i musicisti, ma anche il pubblico. Non si sono limitati solamente ad integrarsi nella società israeliana, ma hanno anche contribuito a migliorarla.

Al loro arrivo in Israele, nel 1990, in piena guerra del Golfo per la maggior parte di loro non c’era un posto di lavoro commisurato alle loro capacità. Perciò, medici, ingegneri e via dicendo si sono dovuti adattare anche a fare i cassieri al supermercato. Nel tempo però le cose sono cambiate e sono tornati a svolgere le loro professioni.

Purtroppo, però, nei loro bagagli individuali e collettivi si portarono dietro i numerosi traumi subiti nel sistema sovietico: sospetto, diffidenza, paura, ansietà, e cercarono di piantarli nel suolo israeliano già pieno di traumi locali. Il tempo guarisce e anche trasforma. Ad esempio, gli immigranti arrivati nel 1990 si consideravano russi prima di considerarsi israeliani, fa notare Sharansky, con i loro figli invece succede il contrario. La vita in Israele ha anche rimodellato le loro priorità: “molti di loro avevano portato il denaro per usarlo per il loro funerale, invece l’hanno utilizzato per viaggiare e fare regali ai loro nipoti!” In Israele vivono anche più a lungo che nel loro paese di origine! Alla fine anche Israele ha contribuito a migliorare loro.

5200 Olim dall’Ucraina nel 2014

5772319010035100490236no‘Finchè esiste lo stato di Israele e fino a quando ci sono i soldati che ci proteggono, non ci saranno ebrei rifugiati,’ ha detto Rabbi Eckstein ai nuovi olim in arrivo dall’Ucraina. 

226 immigrati, 76 dei quali bambini sono atterrati di recente in Israele con un volo speciale proveniente dall’Ucraina.

Una delegazione speciale in rappresentanza del ministero dell’Immigrazione e Assorbimento di Israele si è recata a Kiev per accompagnare i 226 nuovi immigrati nel loro viaggio di Aliyah. Tra i nuovi olim vi erano decine di famiglie di rifugiati provenienti dalle zone di guerra dell’Ucraina dell’est.

Gli ebrei dell’ex Unione Sovietica sono la comunità più povera al mondo. La caduta del regime sovietico e la precoce transizione verso il capitalismo hanno lasciato la popolazione senza un’adeguata assistenza sociale. Per esempio, gli anziani ricevono una pensione che ammonta a meno di 200 dollari al mese.

Nathan Sharansky, direttore dell’Agenzia Ebraica era presente alla cerimonia di accoglienza all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e si è rivolto agli olim dicendo: “sono cresciuto esattamente negli stessi luoghi da dove voi provenite, dai luoghi di guerra. Quando vivevo in quella zona, un ebreo era considerato come qualcuno che aveva una malattia. Ora noi siamo felici di avervi qui con noi. Vi siete congiunti con i 5200 ebrei che hanno fatto Aliyah dall’Ucraina quest’anno” (2014).

I più alti numeri di Aliyah in decenni

img556511Secondo il quotidiano israeliano Arutz Sheva, 26.500 sono gli olim giunti in Israele nel 2014, con la Francia al primo posto come nazione emergente e l’Ucraina che ha raggiunto un tasso di crescita di Aliyah pari al 190%. Il tutto, nonostante l’estate di terrore che Hamas ha cercato di creare nei confronti di Israele.

Aliyah dalla Francia – 10,000 olim nel 2015?

Il ministro per l’aliyah, l’immigrazione e l’assorbimento, Sofa Landver ha dichiarato che “questo (2014) è stato l’anno dei record, con un +32% di crescita per l’aliyah rispetto l’anno precedente; sono tutti ebrei che sono arrivati alla conclusione che non esiste altra nazione per loro che Israele.

Sono davvero contenta“, prosegue il ministro, “nel vedere i frutti dei nostri sforzi volti a favorire l’aliyah, eppure non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo. Il nostro ministero continuerà a lavorare con ogni parte per promuovere la raccolta degli esuli, quella visione che ha accompagnato il popolo ebraico fin dai giorni dell’istituzione dello stato di Israele“.

Prevediamo che una cifra attorno ai 10,000 di nuovi immigrati provengano solo dalla Francia nel prossimo anno (2015), e che si sorpassi il numero di 30,000 nuovi immigrati in tutto il mondo – e anche più“.

Le statistiche di fine anno dimostrano che l’aliyah dall’Europa Occidentale è cresciuta dell’88% per un totale di 8,640 olim.

L’aliyah dall’Ex Unione Sovietica è cresciuta del 50%, raggiungendo quota 11,430 grazie a un significativo aumento proveniente dall’Ucraina. Mentre, l’aliyah dagli Stati Uniti si è confermata in crescita (+8%) con  3,470 olim.

Più della metà degli immigrati nel 2014 aveva un’età media al di sotto dei 35 anni, di cui 3500 bambini. L’ebreo più anziano è stato un francese di 104 anni, il più giovane  un bambino degli Stati Uniti di 20 giorni.

Tra gli immigrati, 2500 persone provengono dal settore della tecnologica e dell’ingegneria, più di 1000 dal settore medico sanitario e 600 tra artisti e atleti.

Nonostante le nuove ondate di terrore, gli ebrei tornano in Israele

Screenshot 2015-01-05 14.12.05Mentre gli attacchi arabi seminano nuovo terrore Israele, l’Aliyah dall’America continua a crescere in maniera esponenziale. Molti ebrei statunitensi pensano che Israele sia più sicuro di molte città americane. 

L’Agenzia Ebraica per Israele e il ministero per l’Aliyah e l’Assorbimento hanno recentemente rilasciato alcune statistiche nelle quali emerge che il numero dei nuovi immigrati ebrei in Israele (olim) ha subito un’impennata drastica nel corso del 2014, marcando una crescita del 28% rispetto l’anno precedente. Indubbiamente, il 2014 è stato l’anno migliore per l’Aliyah tra gli ultimi cinque anni, grazie forse alla crescita di espatrio della diaspora da alcune nazioni europee causata dall’insorgenza di atti di anti semitismo sempre più ricorrenti.

Rendere l’Aliyah più semplice

In risposta a questa nuova dinamica, il Primo Ministro israeliano ha proposto alcune modifiche di legge sull’assorbimento degli immigrati per facilitare quegli olim che volessero trasferire le loro imprese in Israele e costruirsi una nuova vita.

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu speaks to new immigrants from North America.

Netanyahu ha dichiarato che “come primo passo abbiamo deciso che dal 1 gennaio 2015 ogni organismo ministeriale israeliano debba semplificare e ridurre le procedure“, ad esempio, per permettere agli ebrei francesi di poter vedere riconosciuti i titoli e le credenziali ottenuti in Francia.

Se l’obiettivo immediato è quello di favorire gli immigrati dalla Francia, Netanyahu vuole implementare questi nuovi passi verso la semplificazione a tutti gli olim e il prima possibile.

Nonostante questi nuovi incentivi governativi, gli immigrati rimangono determinati a raggiungere i propri concittadini in Israele, la loro vera casa.

La popolazione di Israele ha raggiunto gli 8,3 milioni di abitanti

img73807Nell’anno appena trascorso in Israele sono nati quasi 176,000 bambini e circa 23.000 nuovi olim hanno fatto ritorno alla loro terra. Tra i residenti, 6.2 milioni erano ebrei e 1,7 milioni arabi. 

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, allo scadere del 2014, la popolazione residente in Israele è stata stimata attorno agli 8,296,000 di abitanti, di cui 6,218,000 Ebrei (il 74.9% della popolazione) 1,719,000 Arabi (il 20.7%) e 359,000 appartenenti ad altre etnie.

Durante il 2014, circa 162,000 persone si sono aggiunte alla popolazione di Israele, una crescita del 2 per cento, molto simile alla media di crescita registrata nella decade passata.